Di solito dall’incontro di due (finti) timidi non scaturisce niente di buono. Meglio: io sono una persona che non sa mai come rompere il ghiaccio e si preoccupa sempre di fare bella figura finendo sempre, al contrario, con l’impersonare spesso il tipo dell’intellettuale non espansivo o all’opposto del frivolo a tutti i costi (per questo sono uno di quei giornalisti che non amano intervistare); di Federico Fellini sapevo della sua conclamata abilità di nascondersi, affabulando, dietro una cascata di discorsi e formulette già registrate, archiviate e pronte a essere sciorinate, con i loro luccichii, all’interlocutore molesto di turno.

Peraltro, Ciak mi forniva una delle rare occasioni davvero prestigiose che capitano in una carriera. Presi l’aereo da Milano per Roma, preoccupandomi, più del volo, di quello che avrei detto cercando di non fare possibilmente la figura dell’ingenuo, magari senza crisi di colite da stress. Erano i primi di marzo (forse le idi?) del 1993, appuntamento fissato per mezzogiorno con il press agent (in realtà molto di più) Mario Canale, davanti a uno dei ristoranti familiari di riferimento del regista. Io ho passato il tempo leggendo e rileggendo, scrivendo e riscrivendo gli appunti, cercando le domande per inquadrare e raccontare un Fellini diverso. Soprattutto mi proponevo di rivelare ai lettori (sigh!) un cineasta ancora moderno e attuale, nonostante le difficoltà di quella fase della sua carriera, quasi ripiegata su se stessa e, a detta di tantissimi, decisamente in fase calante. Dovevo partire dal suo ultimo film, La voce della Luna, che decisamente non mi era piaciuto, pesante, inevitabilmente moralista, con i protagonisti intimiditi che non riuscivano a essere se stessi. Ma come si fa a dire a un Maestro del Cinema, di quelli veri e che io veneravo, che il suo ultimo film era un po’ così così? In effetti non potevo immaginare che anche Fellini fosse preoccupato (forse addirittura spaventato) dall’incontro e che dentro di lui stessero covando i rovelli del cineasta che teme di essere ormai superato davanti agli occhi delle nuove generazioni cinefile, di cui io avrei potuto essere perfetto rappresentante, con i miei 38 anni e il peso del periodico leader del settore.

Insomma, la situazione era questa, anche se non lo avevo capito. Finalmente arriva il momento dell’incontro. Lui è vestito da Fellini, ovvero con cappello a scacchi e grande sciarpone porpora a circondare quasi il cappotto; Mario Natale, compitissimo e cordiale, fa le presentazioni da perfetto cerimoniere, il fotografo scatta le sue foto (e io come un cretino, con salivazione zero alla Fantozzi, non oso neanche di proporre uno scatto insieme, cosa per cui mi rimprovero penosamente ancora oggi) e poi corre in redazione a sviluppare. Espletate le formalità, entriamo.

Capisco subito che Federico Fellini lì è di casa, viene accolto con la cortesia e il garbo che non è solo deferenza, ma rispetto e affetto autentico, lui con la voce un po’ stridula e quasi sottovoce saluta la titolare e ci accomodiamo in un tavolo circolare e appartato. Ecco, in attesa dell’arrivo dei piatti (lui chiede dei passatelli in brodo, io sto un po’ più sul robusto) arriva il momento del “rompere il ghiaccio”. E adesso che gli dico? L’entrata è tutto, come nel biliardo. Me la gioco così, partendo proprio dal suo ultimo film. Un po’ baro, ma non tanto: “Senta, io devo dirle che ci sono cose in La voce della Luna che ho amato. Cioè non tutto mi è piaciuto, ma quel suo invito a un certo punto che fa di “abbiamo tutti bisogno di un po’ di silenzio”, ecco quello mi ha commosso, perché è una cosa vera. Abbiamo davvero tutti bisogno di un po’ di silenzio in questi anni fracassoni e volgari”. Lui si illumina, sembra colpito davvero, mi ringrazia (lui ringrazia me?)…da lì ci siamo messi a chiacchierare scioltamente, senza più un imbarazzo.

Di cosa abbiamo parlato? Beh tralascio qui le tante cose che in un certo senso Fellini ha già detto -e meglio- altrove, sui suoi film, la sua carriera, la sua infanzia, gli attori. A un certo punto abbiamo trovato un terreno ancor più comune che entusiasmava lui quanto me: i fumetti vecchi, partendo dalla passione fanatica che ci legava al Corriere dei Piccoli. Il suo preferito era Fortunello e in fondo, ripensandoci, un po’ della Gelsomina de La strada vi si scorge e poi gli attuali (allora), Moebius e Manara specialmente. Poi divagando e rivangando il passato, con Fellini tocco un altro dei miei amori culturali, il cinema muto, precisamente le comiche. Una passione totale ci lega, nonostante la differenza d’età, per quei personaggi in bianco e nero, un po’ buffi e un po’ patetici, iperdinamici, indistruttibili, creatori di risate libere e senza pretese. Io mi perdo parlando dei Grandi, intorno alla questione ora logora dell’“era più grande Chaplin o Buster Keaton?”. Lui, più semplicemente, confessa la sua fascinazione assoluta per il più meccanico e clownesco Ridolini (Larry Semon); in fondo è perfettamente in linea con la sua poetica, “fintamente” semplice e infantile, come se nelle più elementari cose buffe si celasse il segreto della poesia autentica e della spiritualità.

Il pranzo è finito, ci salutiamo molto più calorosamente di quanto ci eravamo presentati, ripromettendoci di riprovare lo stesso piacere della conversazione la prossima volta, che ci sarebbe stata sicuramente. Ci allontanammo in due direzioni diverse, lui con passettini incerti e un po’ senili sorretto da Mario Canale, io un po’ commosso che lo osservavo pensando a quanto in fondo questo Titano apparisse ora teneramente fragile e amabile.

Di lì a pochi giorni Fellini avrebbe ricevuto l’annunzio dell’Oscar alla carriera, ci fu una telefonata, sua (!!!), che mi salutava ed esprimeva il desiderio di essere intervistato in televisione da me, in un futuro più o meno prossimo. Purtroppo non fu possibile.

Bio Massimo Lastrucci

Colpito dal demone del cinema sin da giovanissimo, grazie a un ‘Maciste contro il Vampiro’ (1961), ha deciso da adolescente, dopo aver visto e non capito ‘2001 Odissea nello Spazio’, che vedere film e scrivere sull’argomento sarebbe stato il suo mestiere. Così, dopo una maturità scientifica, un diploma di critica teatrale alla scuola del Piccolo Teatro, studi non completati di filosofia e una divertente esperienza radiofonica in una radio libera, ha cominciato a pubblicare recensioni per Il Manifesto, lavorando anche alla redazione delle prime edizioni de Il Patalogo, alla Ubulibri. Diventato giornalista professionista grazie a Tv Sorrisi e Canzoni, è entrato nella redazione di Ciak sin dal primo numero nel maggio 1985 (anzi prima: dal numero 0 di prova), da cui ne è uscito dopo 30 anni, senza aver perso mai il vizio di andare al cinema e ragionarci sopra. Nel corso del tempo ha scritto inoltre su altre riviste (tra cui Cineforum) e varie pubblicazioni librarie.