Nel 2020, Centenario della nascita di Federico Fellini, questo alfabeto dei sogni racconta l’estetica incantata e il linguaggio del regista riminese, inseguendone forme ed espressioni nei film e ritrovandole poi, vive più che mai, nella cultura e nella società d’oggi. Dalla A di Amarcord alla V di Vitelloni, alla Z di Zampanò – passando per la E di Ekberg e la G di Giulietta, la P di Paparazzo e la R di Rex – lasciamoci allora guidare alla scoperta della poetica felliniana e della straordinaria vita dell’artista, affollata di incontri e ricca di onori, eppure segnata dalla solitudine di una perenne ricerca. Nello specchio dell’infanzia e nei labirinti del desiderio, non meno che nella realtà quotidiana di un’Italia in radicale trasformazione, egli fu tra i pochi a saper cogliere il Paese in divenire, regalandoci un immaginario che ormai è diventato struttura del profondo.

A Roma, a Roma

di Oscar Iarussi 

E state attenti, a Roma, ad attraversare le strade…” ingiunge dal marciapiede della stazione di Rimini la signora Rubini (Paola Borboni) agli sposini Fausto e Sandra (Franco Fabrizi ed Leonora Ruffo) in partenza per la luna di miele. Il film è I vitelloni di Federico Fellini, l’anno il 1953. Una sorta di agnizione, di riconoscimento identitario è legato al cognome Rubini, secondo quanto testimonia l’attore e regista Sergio Rubini, che ha dato vita all’alter ego felliniano in Intervista (1987). Rubini è il cognome dei personaggi interpretati da Enrico Viarisio e dalla Borboni, il padre e la madre di Moraldo (Franco Interlenghi) e Sandra (la Ruffo), ma sarà anche il cognome di Marcello Mastroianni protagonista di La dolce vita. E Rubini si sarebbe dovuto chiamare il protagonista di Moraldo in città (ispirato in toto a Moraldo Rossi), un soggetto che si fermò alla fase del trattamento, scritto con Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano nel 1954. “Quando per prima volta fui al cospetto di Fellini – racconta Sergio Rubini – durante i provini di E la nave va nel 1983, io ero candidato per il piccolo ruolo di un marinaretto. Non venni preso, ma Federico mi congedò con un complimento e con un presagio: ‘Complimenti, signor Rubini, lei ha una faccia che somiglia alle sue fotografie… E io sono sicuro che un giorno lavoreremo insieme’. Passarono quattro anni e mi convocò – senza passare per il casting – per il ruolo di protagonista di Intervista. Lui era fatto così, credeva in certi segni, nelle coincidenze dei nomi come in tutto ciò che è misterico”.

Di Roma nei Vitelloni non c’è una sola immagine, eppure l’afflato della fuga verso la capitale coincidente con l’“addio alla giovinezza” di cui parlerà Tullio Kezich è ovunque nel film e il punto di vista di Moraldo si può senza dubbio assumere quale autobiografico da parte di Fellini. Difatti egli chiama il fratello Riccardo Fellini a interpretarsi e nel finale Federico sceglie di doppiare con la propria voce la battuta di Moraldo che dal treno saluta gli amici e il piccolo mondo riminese oramai di ieri.

Il vero tema del film è la malinconia del diventare adulti: uno iato netto nella trama di una vita, cui i vitelloni s’oppongono – o, meglio, tentano di opporsi, scadendo nel patetico. Essi indugiano in vari modi lungo una linea d’ombra, nel film tutta invernale, di una adolescenza perpetuata ben oltre il limite naturale e consentito. È il caso del celeberrimo gestaccio e della pernacchia di Alberto Sordi ai danni di un gruppetto di operai sul ciglio della strada: “Lavoratooori!”. Eppure, alla luce della carriera di Fellini, il distacco di Moraldo è l’unico modo per rimanere fedeli all’infanzia, per continuare a giocare, per rinverdire lo stupore che si sarebbe altrimenti inaridito nel lento, inesorabile rientro nei ranghi che attende al varco i vitelloni stanziali, destinati nel migliore dei casi a diventare una banda alla maniera di Amici miei di Mario Monicelli (1975). La provincia non perdona, assegnando a ciascuno un ruolo in commedia. Il giovane Federico lo sa e preferisce il commiato subito al rimpianto futuro di ciò che non fu osato. Perciò, Roma. Il “nostalgico” Fellini, a lungo e da tanti considerato il cantore di un fazzoletto di spiaggia romagnola, è in realtà un giovane artista che nell’inurbamento intravede l’unica chance di esprimersi.

          About the author

Oscar Iarussi

Nato a Foggia il 30 ottobre 1959, vive e lavora a Bari

Giornalista e critico cinematografico della “Gazzetta del Mezzogiorno”

Nel Comitato esperti della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia.

Ama: viaggiare con la famiglia, chiacchierare con gli amici, le passeggiate lungo il mare, le mostre d’arte, gironzolare nelle città in cerca di curiosità, coincidenze, epifanie.

Non ama: troppe cose per star qui a elencarle, innanzitutto i suoi difetti. Quali? Troppe cose per…

Musicista preferito: Nino Rota, Ennio Morricone, Fabrizio De André, Massimo Ranieri, Franco Battiato, Loredana Bertè. Pezzo del cuore: Minuetto di Mia Martini.

Il film rivisto più volte: che domanda?… La dolce vita. Ma anche Il fuggitivo di Andrew Davis e C’era una volta in America di Sergio Leone.

Il libro: almeno due romanzi, Un amore di Dino Buzzati e Una questione privata di Beppe Fenoglio; e un saggio di Marshall Berman, “L’esperienza della modernità”.