Walter Bencini è nato nel 1968 a Montevarchi (AR). E’ produttore, regista e direttore della fotografia di film documentari.
Nel 1997 fonda la Casa di produzione Insekt Film e nel tempo realizza documentari e serie TV per i circuiti nazionali e internazionali che spaziano dall’arte, alla storia, all’architettura, al paesaggio, al cibo e al sociale. Alcuni dei suoi lavori hanno avuto menzioni speciali, riconoscimenti e premi, partecipando a importanti festival nazionali e internazionali come Biografilm, la Berlinale, Aljazeera Documentary Film Festival, Gold Panda Award e GZDOC.Nel 2020 ha omaggiato la vita e la carriera di Renato Casaro, uno dei più importanti illustratori ancora viventi autore dei manifesti di film cult internazionali nel documentario “L’ultimo uomo che dipinse il cinema”, prodotto da Insekt Film e Red Velvet in collaborazione con Sky Arte.

Francesca Fabbri Fellini intervista il regista Walter Bencini

Perché hai voluto fare questo film?

Se noi consideriamo il mondo digitale di oggi in cui photoshop ha totalmente destituito l’arte di dipingere il manifesto cinematografico, ho sentito il bisogno di restituirgli il giusto valore, e l’ho fatto raccontando la vita professionale di uno tra i più grandi pittori di cinema al mondo. Purtroppo la storia dell’arte del ‘900 ha sempre marginalizzato il manifesto cinematografico e spesso non l’ha preso in considerazione perché era concepito per le masse. La critica ha sempre pensato che i cartellonisti non fossero degli artisti, io invece penso, che alcuni di loro lo siano. Alcuni manifesti di Casaro vanno oltre quello per cui sono stati concepiti e si possono considerare vera e propria arte popolare. Non c’è soltanto la tecnica pittorica perfetta, la genialità creativa, e il rimando al film, c’è anche un valore personale legato a chi li guarda, perché vengono accese delle emozioni e ricordi legati a ad un vissuto. A tale proposito Fellini diceva: “i manifesti cinematografici si fanno amare perché sono come le canzonette: ti riportano a certi momenti della tua vita, impedendoti di perderli.’ Oltre tutto, attraverso i manifesti cinematografici noi possiamo ripercorrere la storia del cinema, dell’illustrazione, della pubblicità, la storia dell’arte, la storia sociale e culturale di un epoca. Alla fine hanno contribuito all’ immaginario collettivo del XX secolo, quindi è tempo che si rivaluti questa arte.

Chi è Renato Casaro ?

Renato Casaro è uno tra i più grandi pittori di cinema del mondo, le sue opere più importanti sono entrate nell’immaginario collettivo, di intere generazioni. Ha lavorato con i più importanti registi di ogni tempo: da John Huston a Sergio Leone, da Claude Lelouch a Dario Argento, da Rainer Werner Fasbinder a Bernardo Bertolucci, da Giuseppe Tornatore a Francis Ford Coppola, da Martin Scorsese a Luc Besson, solo per citarne alcuni. Ha lavorato durante il periodo d’oro del cinema italiano, in un epoca in cui la televisione era agli albori, e il manifesto era il mezzo principale per portare la gente al cinema, decretando talvolta il successo o il flop di un film. La sua bravura glia ha permesso di lavorare su tutti i generi cinematografici arrivando a produrre più di 2000 manifesti. A differenza dei colleghi italiani che facevano soltanto la versione italiana, Renato faceva versioni per gli altri paesi europei e negli anni 80/90 per il mercato mondiale, diventando un artista internazionale. Casaro è riuscito a dare ai vari generi cinematografici una dignità figurativa tale, che spesso i suoi manifesti sono molto più belli dei film che devono pubblicizzare.

Il contesto

I primi anni in cui Casaro faceva nascere i suoi manifesti coincidono con quelli del Boom economico, c’erano un’infinità di cartelloni cinematografici che spuntavano ovunque, si era in un’epoca in cui la televisione era agli albori, tutto esplodeva nelle strade, nelle piazze, alla fermata dell’autobus, i manifesti erano l’unica cosa da guardare, un racconto lungo le strade. Renato Casaro insieme a pochi altri impaginò per 40 anni quest’infinito fotoromanzo. Locandine e cartelloni che oggi sono ricercati dai collezionisti ma che in quel tempo era materiale pubblicitario di routine, cui nessuno, probabilmente lui per primo, dava troppa importanza. Oggi sono cose quasi perdute che però splendono di più, ricordandoci quello che erano. Promesse di sogni. Sentimenti popolari fatti vivere sui muri delle città d’Italia. Ricoprivano i muri delle case, ammiccavano da lontano su enormi pannelli, con i loro colori sgargianti, con i disegni smisurati dei divi. Infinite corse contro il tempo per distillare da un film un volto, un colore, un bacio, un tormento, la paura, un’estasi. Casaro ha coltivato l’arte miracolosa dell’equilibrio, ha subito capito che le sue opere dovevano camminare sul crinale fra arte e mercato, ha saputo, da buon professionista, rispettare le scadenze e le esigenze del committente, inserendo in questo rapporto la sua genialità creativa e l’abilità di realizzazione di quei volti, i volti del cinema. E’ uno che ce l’ha fatta, non solo per il suo talento innato, ma anche grazie a tanto impegno, volontà e rigore. Non ha mai mollato in un percorso professionale molto lungo iniziato da giovanissimo negli anni d’oro del cinema e finito verso la fine degli anni novanta.

Perché l’hai intitolato “L’ultimo uomo che dipinse il cinema”?

Perché è l’ultimo tra i piu grandi ancora viventi ed è anche è quello che ha finito di lavorare per ultimo. Considerate che ha avuto una carriera lunghissima, ha iniziato nel 53 e ha smesso nel 99, la maggior parte degli altri cartellonisti hanno smesso a metà degli anni 70 e 80, lui è riuscito a durare più a lungo perché utilizzava lo stile iperrealista.

Cosa si racconta nel film?

Attraverso la storia professionale di Renato, ho voluto raccontare anche quello che ha rappresentato il cartellone cinematografico nell’Italia del dopoguerra, riflettendo sul valore artistico del manifesto. Il film è arricchito da filmati di repertorio e dalle testimonianze di collezionisti, critici e personaggi del mondo cinematografico italiano che hanno lavorato con lui, che ci raccontano degli aneddoti curiosi di alcuni manifesti di successo. Attraverso la motion-graphic per la prima volta, abbiamo dato vita a quei fotogrammi congelati da anni, in cui sono racchiusi i sentimenti popolari di intere generazioni. Insomma ho voluto mantenere uno stile frizzante e raffinato, in modo da accompagnare dolcemente lo spettatore in questo mondo così vicino e allo stesso tempo così lontano.

 Come e quando nasce la tua amicizia con Renato Casaro?

Inizialmente volevo fare un film su Silvano Campeggi, altro grande cartellonista italiano, avevo visto una mostra a Firenze di bozzetti originali che mi avevano entusiasmato, poi facendo delle ricerche approfondite su questo mondo scoprii il più grande di tutti Renato Casaro, famoso più all’estero che in Italia che da qualche anno era tornato a vivere a Treviso. Sono andato a trovarlo più volte, la sua professionalità, simpatia, umiltà e la disponibilità mi avevano colpito molto, quindi alla fine ho deciso di fare il film su di lui. Successivamente durante la produzione è nata una grande amicizia.

Qual è stata la parte più difficile nel girare L’ultimo uomo che dipinse il cinema?

Il tempo di produzione è molto più dilatato quando si lavora in un ambiente stretto e con una persona anziana, diciamo che in questo caso c’è voluto il doppio di tempo di quello previsto. Durante la produzione ci sono stati diversi imprevisti, tra i quali Renato che si è ammalato del “fuoco di Sant’Antonio”, la morte improvvisa del gatto di casa e poi l’ansia continua di Renato di non riuscire a finire il film per morte improvvisa.La grande sfida è stata più che altro nella scelta del suo materiale d’archivio, dandogli un ordine. Considerate che Renato ha qualche migliaio di opere tra bozzetti, e schizzi originali e una miriade di fotografie di scena, e molto di questo materiale era da scansionare ad alta risoluzione per poterlo utilizzare nel film.

Nel documentario si vedono molti intervistati d’eccezione, da Verdone a Terence Hill. Come li hai scelti?

Tutti i personaggi sono stati scelti in relazione ai manifesti di successo, alle collaborazioni significative nel caso dei grandi produttori e distributori e alla loro disponibilità. Comunque sono tutti personaggi che hanno collaborato attivamente alla realizzazione dei manifesti in questione. Ci doveva essere anche Bertolucci che purtroppo è morto 4 giorni prima dell’intervista che avevamo fissato.

Qual è il tuo  manifesto preferito tra quelli di Casaro?

In assoluto il poster del film di Luc Besson “Nikita” perché è un esempio di sintesi estrema in cui la figura femminile è di spalle e il volto è negato, per «lasciare al pubblico la possibilità di immaginare cosa è successo». Secondo me è una delle sue massime  espressioni del suo stile,ovvero la sintesi grafica.

 Girando il film hai capito qual è l’unicità del tocco di Casaro?

Renato è stato il primo ad utilizzare l’aerografo nel mondo del manifesto cinematografico. L’utilizzo che lui ne fa negli anni ’80 è assolutamente innovativo, e farà scuola inventando uno stile. L’aerografo lo utilizza ad un livello di perfezione assoluta per creare effetti di luce, smussare i contrasti oppure ad accentuare dei chiaro scuri, o per ammorbidire lo sfondo e creare una prospettiva migliore. Secondo la mia opinione personale, molti dei suoi lavori iperrealisti, rivaleggiano in maniera assoluta e talvolta vincono sulla fotografia. Se uno guarda un manifesto di Casaro non capisci se ha rielaborato una foto o se l’ha disegnato davvero!

Il film si può vedere su:

Sky Arte, Chili , UAM.Tv, VatiVision, Rakuten Tv

PAGINA FACEBOOK :

https://www.facebook.com/RenatoCasaroFilm

La storia di Renato Casaro

Renato Casaro nasce a Treviso nel 1935, all’inizio c’era la passione per il cinema, per lui il grande schermo era un luogo magico, una vasta superficie dove la fantasia poteva scatenarsi e crear un regno tutto suo. Negli anni cinquanta poi, si sentiva più intensamente di oggi il ruolo del cinema come veicolo per rappresentare avventure, sogni, felicità e commozione: era il dominio dell’immaginazione. Egli non era come i suoi coetanei, non si immergeva solo nelle storie e nei personaggi, ma s’interessava anche alla monumentale pubblicità cinematografica, che a quei tempi copriva per intero le facciate dei cinema. Lui di talento ne aveva molto e per cominciare divenne apprendista grafico in una tipografia. Già durante questo periodo, a 17 anni, realizzò i primi cartelloni monumentali per la facciata del Cinema Garibaldi di Treviso ispirandosi ad altri illustratori dell’epoca, in cambio dell’ingresso in sala. Nel 1953, all’età di 18 anni andando contro le aspettative del padre che avrebbe voluto diventasse un disegnatore navale, si trasferisce a Roma, che all’epoca era la mecca dell’industria cinematografica europea. Per un anno lavorò come volontario presso lo “Studio Favalli”, che allora era la più grande agenzia di pubblicità del settore in Italia. Due anni più tardi apre uno studio privato a Cinecittà. Aveva molto entusiasmo e pochi soldi e per mantenersi cominciò con i primi lavori su commissione nel settore del fumetto, realizzando i disegni dell’albo settimanale “Capitan Walter” (1956) dove già si notava l’impostazione cinematografica nell’inquadratura, già moderna in quegli anni, che lo avrebbe influenzato nel suo futuro di artista. Il primo lavoro importante fu per la Minerva, un film sentimentale tedesco “Due occhi azzurri”, in cui esordì nel circuito nazionale, con la firma Renè. (pseudonimo che usò per un certo periodo). Casaro in quel momento era il più giovane creativo della pubblicità cinematografica. Inizialmente si ispirava soprattutto ai modelli americani e italiani, che a quel tempo influenzavano i gusti del pubblico. I suoi lavori non contenevano ancora lo stile “ Casaro”. “I lavori di allora non sono paragonabili con quello che faccio oggi”, racconta l’artista, “tutto cresce e si sviluppa strada facendo, sia il successo, sia lo stile. In quei tempi infatti andava di più lo stile impressioni sta, tutto doveva apparire come un rapido abbozzo”. Casaro sviluppò le sue facoltà con costanza e determinazione raccogliendo il nuovo: “L’arte dell’illustratore non si può imparare, al massimo si può apprenderne la tecnica, ma la creatività bisogna già possederla. Si possono conoscere certi elementi basilari, tutto il resto è questione di tempo, perseveranza nel provare e sperimentare, nonché una questione di esperienza coltivata e favorita da un talento naturale. Se uno non continua a crescere e svilupparsi, non ha nessuna chance” Agli inizi degli anni 60 dopo aver realizzato una serie innumerevole di film di serie B in cui aveva affinato la tecnica, era già così noto che nessuno poteva ignorarlo; infatti il primo successo internazionale arrivo con il colossal “La Bibbia” (film 1966), prodotto da Dino De Laurentis: per la prima volta un suo manifesto veniva visto sul Sunset Boulevard di Hollywood. Gli anni ‘60 sono anche il periodo degli “spaghetti western” e i suoi manifesti con Clint Eastwood, vendicatore implacabile e solitario, faranno il giro del mondo. Particolarmente famoso qui in Italia il film “Per Un Pugno Di Dollari” di Sergio Leone che diventò un successo mondiale. Negli anni 70 il suo stile cambia, diventa “realista”, e con l’avvento della commedia all’italiana Casaro realizzerà molte illustrazioni con volti noti come Alberto Sordi, Manfredi, Tognazzi Bozzetto, Banfi, Villaggio, Montesano, Tomas Milian, e quasi tutti i film legati alla coppia Bud Spencer e Terence Hill. Gli anni successivi segnarono un perfezionamento della sua espressione pittorica, fino a trovare con il film di Claude Lelouch “Les uns et les autres” (Bolero) quella “sformatura” che cercava. Questa novità nella tecnica della realizzazione del manifesto fu ripresa da una generazione di giovani illustratori e fece scuola. Negli anni ‘80 si trasferisce in Germania ed inizia a lavorare con le principali case di produzione americane. E’ un periodo molto intenso in cui deve spostarsi continuamente tra Los Angeles, Londra e Parigi. Il suo stile ora tende all’iperrealismo, inizia ad arricchirsi di raffinatezza attirando grandi committenti come John Carpenter, Francis Ford Coppola, DavidLynch, Martin Scorsese, De Palma, Bernardo Bertolucci, Luc Besson, John Carpenter, Rainer Werner Fassbinder e molti altri. “I manifesti” dice Casaro  “sono il primo annuncio di un nuovo film, la prima presa di contatto con gli appassionati ed anche la prima identificazione” essi infatti suggeriscono l’avvenimento cinematografico che sta dietro, quasi a dimostrare che egli non ha ancora dimenticato il suo sogno di potersi realizzare come regista. Casaro è uno tra i pochi che ha saputo muoversi con eleganza e disinvoltura nei vari generi cinematografici realizzando nella maggior parte dei casi delle opere fantastiche. I manifesti di Casaro sono stati oggetto di numerose esposizioni e gli originali sono molto ricercati dai collezionisti, ma Casaro raramente li cede. Nel campo dell’arte di illustratore egli ha raggiunto tutto. E’ ormai un “classico” nel suo mestiere, ha fatto scuola e gli sono stati conferiti molti prestigiosi premi e riconoscimenti: nel 1984 vince il premio come miglior manifesto cinematografico italiano per Rambo (Ted Kotcheff, 1982), nel 1988 vince il Ciak D’oro con Opera di Dario Argento, mentre per L’ultimo imperatore (Bernardo Bertolucci, 1987) vince il Key Art Award come miglior manifesto cinematografico negli Stati Uniti. Poi nel 1991 vince di nuovo il Key Art Award con con  Nikita (Luc Besson, 1990). Verso la fine degli anni 90 con l’avvento di Photoshop Casaro decide di lasciare il cinema e trasferitosi in Spagna, inizierà una nuova avventura come artista libero e indipendente, producendo la serie di dipinti “ Wild Life” dedicata ai grandi animali della savana. L’Africa è la sua passione dove ci si reca ogni anno almeno per un mese per scattare foto e trarre spunti. “Quando uscì il Re Leone ci fu una prima europea e mi chiesero di realizzare un opera da mettere all’asta” Cosi dipinse un Leone iniziando questo genere, che tuttora coltiva con passione.Nel 2015 torna in Italia e si stabilisce nella casa di origine a Treviso, dove continua a dipingere senza sosta, realizzando nuove opere ispirate ai grandi personaggi del cinema, “Painted Movies”. I suoi più grandi modelli sono i maestri del 500, la cui oggettività naturale, i contrasti fra chiaro e scuro, elaborati così intuitivamente, lo avevano attirato già da giovane. Per rigenerarsi Casaro compie viaggi, dove cerca soprattutto pianure molto ampie, deserti e steppe, come nella parte occidentale degli USA, oppure nel Sahara. “ Per respirare a pieni polmoni adopero l’aria delle vastità sconfinate”, confida. Durante i viaggi dipinge e sperimenta nuove tecniche. Il suo tempo libero lo trascorre in una fattoria, cavalcando un quarter-horse americano. Renato Casaro fino a pochi anni fa aveva dichiarato ufficialmente che non avrebbe mai più realizzato lavori per il cinema, oggi dopo 20 anni si deve ricredere perché è stato contattato da Quentin Tarantino per la realizzazione di due manifesti per il film “C’era una volta a Hollywood” e da Carlo Verdone per il suo ultimo film che uscirà nel 2020. “Sarà una sfida importante per me, perché è il momento di tentare di fare qualcosa di diverso, per esempio fare un misto fra digitale e pittorico. È una sfida che accetto molto volentieri! “

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