di Francesca Fabbri Fellini

Nel 1995, a due anni dalla scomparsa dello Zio Federico, ho pensato di incontrare i suoi collaboratori più stretti che mi raccontassero l’avventura unica e straordinaria che avevano vissuto a Cinecittà con il “Faro”, come veniva chiamato lo Zio Chicco. Voglio condividere con voi questo “viaggio” nella memoria, partendo dalle colline di Pennabilli, dove ho incontrato Tonino Guerra, classe 1920 come lo zio Federico.


Tra gli scrittori che hanno affiancato il regista c’è anche il coetaneo Tonino Guerra, sceneggiatore, poeta e pittore di Sant’Arcangelo di Romagna, amico dal tempo de “I vitelloni”, un altro maestro della scrittura scenica che inizia a far parte del circolo felliniano con “Amarcord” nel ’72, per poi continuare con “E la nave va”, e terminare con “Ginger e Fred”. Per il volume pubblicato da Rizzoli con il trattamento di “Amarcord”, che precedette l’uscita del film, Tonino Guerra scrisse una poesia, dal titolo “Io mi ricordo”.

Guerra:

Rimini 1973.Piazza Ferrari.Fellini, Tonino Guerra e la piccola Francesca (ph.Davide Minghini)

Lo so, lo so, lo so che un uomo a cinquant’anni ha sempre le mani pulite, e io me le lavo due, tre volte al giorno. Ma è soltanto quando mi vi vedo le mani sporche, che io mi ricordo di quando ero ragazzo.
“Al so al so al so che un om a sinquant’an l’ha sempre el meni pulidi, e me m’li lev du, tre volti a dè. Mo l’è sultent quant a ved a mani sporchi, che me m’arcord a quant a sera burdel”.
A lui piaceva sentire quando io parlavo in dialetto, conosceva poche parole. Quando era ammalato ultimamente, sono andato per dargli un bacio vicino, e lui ho sentito che m’ha detto: “Cum va là? Come va?”. Quindi ha avuto, si è aggrappato alle parole dialettali che -non dico se sono più belle, più brutte, non vuol dire niente- ma hanno una profondità maggiore. Se qualcuno mi chiede “Come stai?” posso restare anche abbastanza indifferente; se uno mi dice “Cum stet?”, sento come qualcosa, un gancio che mi arriva nel cuore, ecco. Siccome noi abbiamo scritto “Amarcord” in dieci mattine, così dodici mi pare “E la nave va” od altro, c’era anche il tempo di giocare, di controllare alcuni schizzi, di dire qualche cosa di divertente, a volte anche delle cose cattive contro gli altri. Nei momenti di felicità per delle soluzioni che piacevano, allora c’era così una battuta spiritosa, un guardare un qualche cosa che poteva interessare, guardare qualche fotografia anche spinta, tanto per dire. Nei momenti invece di tristezza, il divertimento era allora quello di dire male, è crollato tutto, non vale un cazzo, non vale niente, cioè, era anche un modo di distruggere completamente tutto quello che avevamo fatto, apri la finestra, così a respirare una boccata d’aria, ecco questo. Moltissime domeniche mi obbligava, mi invitava a andare a Cinecittà: “Pensa è stupenda, è deserta” mi diceva. Poi, apriva, entrava al Teatro Cinque, e cominciava ad accendere le luci, in questo teatro vuoto, ma vuoto per tutti, probabilmente anche per me. Per lui no. Io credo che lì nascevano montagne di carta, nasceva un suo mondo, nasceva il suo grande unico, grande viaggio che era quello che faceva dentro la sua memoria, dentro la sua infanzia, dentro la sua vita. Non amava viaggiare.

FFF : Che cosa le manca di più dell’amico Federico?

Tonino Guerra in una caricatura di Fellini

Guerra: Ehm… mi manca un po’ la sua follia, che era incredibile, la sua tenerezza, la sua difesa, e naturalmente la sua fantasia. Ci capivamo, ci capivamo per mille ragioni, e uno dei viaggi più belli, gli ultimi che abbiamo fatto assieme, ne abbiamo fatti molti di viaggi quando guidava lui la macchina. Una volta da Roma aveva bisogno di venire da queste parti, e non so per quale ragione io gli chiesi: “Ma Federico, come la mettiamo con la morte?” “Ma sai Tonino, potrebbe essere anche un bellissimo viaggio” lì disse. Invece quando venimmo qua a Pennabilli in un giorno che pioveva, eravamo in macchina, stavolta con un autista, dice: “Ma Tonino non ti sei accorto che noi stiamo fabbricando degli aeroplani e non ci sono più gli aeroporti?”. Ecco questa sua, questo suo vedere lontano, questo suo ridere, questa sua distanza dal lavoro appena fatto. Non lo voleva più vedere, era qualcosa che era partito da lui, era un’astronave.

FFF: Il poeta Tonino Guerra dove vuole immaginare adesso l’amico Federico?

Rimini 1973 .Fellini la piccola Franceschina e Tonino Guerra.Foto Davide Minghini

Guerra: Mah dove vuoi che lo immagini… Fermo, seduto su una nuvola, e magari, magari sai accanto –non è che chiama Dante Alighieri oppure qualcuno d’altro- sono sicuro che vuole Fred, il ballerino, e il boxer del quale ho dimenticato il nome mi dispiace. Questi due personaggi che tutte le mattine, verso le 7, entravano in casa sua, e c’era quello che gli faceva ginnastica (ginnastica, doveva alzare un peso tre volte e basta, basta basta), e poi vuotavano un pochino il frigidaire, hai capito, e mangiavano, e lo ascoltavano. E lui, era lì dentro che magari in quel silenzio che buttava un pochino delle sue cattiverie, che poi dopo, poi dopo non le tirava fuori più. Forse pensava che arrivassero dentro delle tombe, quindi erano delle cattiverie che faceva perché lui le sentisse. E ho imparato che, mi diceva sempre: “Non è che voglio trattare le persone come se fossero degli animali, però credimi, questi due personaggi, così disorientati, colpiti dalla vita, trovali, possono tenere compagnia”. Tant’è vero che Fred poi l’ha regalato a Mastroianni.

FFF: Il dialetto serve per esprimere meglio le emozioni. Ha mai pensato di regalare due versi per salutare il suo amico Federico?

Guerra: No, mi fai pensare adesso. Mah… Se io lo incontrerò, ma anche adesso, perché probabilmente lui mi sta sentendo, dico: “Ma Federico, ma perché tsi mort? Da fé che, da fé che tsi mort?”