Disegno originale di Dante Ferretti

Testo di Francesca Fabbri Fellini – Foto di Graziano Villa

Da sempre, per me, il Carnevale è un mondo surreale, sospeso a metà tra Fellini e Tim Burton. Un universo dove il reale si piega all’immaginazione, dove la cartapesta diventa carne, sogno, memoria. I carristi sono creature straordinarie: spesso vivono ai margini, lontani dai riflettori, eppure godono di una stima internazionale che pochi artisti possono vantare. Perché sì, di artisti si tratta. Visionari, più che semplici costruttori.

Carnevale di Fano-Carro Mongolfiera disegnato da Dante Ferretti_©GrazianoVilla

Il loro lavoro comincia molti mesi prima che i carri sfilino: sette, otto mesi di bozzetti, prove, errori, intuizioni. Prima l’idea, poi la forma, poi la materia. È un processo quasi alchemico, un rito che si ripete ogni anno e che ogni anno si reinventa.

Carnevale-di-Fano – Carro-dedicato-a Dante Ferretti_©GrazianoVilla

Forse è anche per questo che mio Zio Federico amava così tanto i carristi di Viareggio. Li considerava maghi, capaci di dare corpo ai suoi sogni più audaci. «Ecco, solo a Viareggio mi capiscono, solo a Viareggio mi contentano!», avrebbe sibilato un giorno alle maestranze di Cinecittà, mentre osservava il mastodontico busto di Anita Ekberg realizzato per Boccaccio ’70.

Il suo primo incontro con quei maghi risale al 1953, quando Arnaldo Galli gli modellò un enorme testone in cartapesta che Alberto Sordi accarezza ne I vitelloni.

Federico Fellini e Arnaldo Galli

Da allora, tra lo Zio Federico e Viareggio fu amore eterno.

Quest’anno ricorrono i cinquant’anni del Casanova di Federico Fellini”, e penso alle due Teste della Polena realizzate dai carristi di Viareggio: una di un metro, l’altra di otto. Un lavoro avanguardistico per il ‘76. Prima la rete di juta, poi la cartapesta, poi il poliuretano espanso, che la rese galleggiante. Ma nel film doveva stare sott’acqua: così alcuni sommozzatori la zavorrarono e poi, al momento giusto, liberarono i pesi per farla emergere nella celebre scena. Una magia tecnica, un trucco poetico. Pellicola premiata con l’Oscar ai costumi di Danilo Donati.

Arnaldo-Galli – la-Testa-della-Venusia per Casanova di Federico Fellini

Con questo bagaglio di ricordi e suggestioni, ho deciso di andare al Carnevale di Fano per incontrare un carrista che, nell’edizione 2026 dedicata al cinema, ha reso omaggio proprio a mio zio Federico. Si chiama Luca Vassilich, 38 anni, autore del carro La testa tra le nuvole”.

Carnevale di Fano-Carro di Luca Vassilich-La testa tra le nuvole_©GrazianoVilla

A Fano non ero sola. Con me c’era Graziano Villa, il mio compagno di visionarietà, l’uomo che ha attraversato il mondo con una macchina fotografica al collo e lo sguardo sempre un passo avanti. Nel ‘74 ha immortalato persino il Carnevale di Rio, catturandone l’anima più autentica. Sapevo che anche questa volta avrebbe lasciato il segno nel nostro reportage: il suo modo di guardare le cose, di cogliere l’attimo, è parte integrante del racconto.

Carnevale di Fano – Luca Vassilich sul suo carro “La Testa tra le Nuvole” – ©GrazianoVilla

Non ero mai stata al Carnevale di Fano prima d’ora, eppure il suo nome mi aveva sempre incuriosita.

È il più antico d’Italia, un Carnevale che affonda le radici nel Medioevo e che conserva una tradizione unica: il celebre “getto”, il lancio dei dolciumi dai carri verso la folla.

Carnevale di Fano – il Getto delle Caramelle_©GrazianoVilla

Una pioggia di caramelle, cioccolatini e allegria che trasforma le strade in un teatro festoso, dove grandi e piccoli alzano le mani al cielo come per afferrare un frammento di gioia.

Quest’anno, poi, il Carnevale di Fano ha un’aura ancora più speciale: a coordinarne la direzione artistica è l’amico Dante Ferretti, lo scenografo maceratese tre volte Premio Oscar che ha lavorato con Federico Fellini per 6 pellicole.

È lui a “firmare” questa edizione dedicata al cinema, con un manifesto d’autore che porta la sua impronta visionaria e che sembra dialogare idealmente con i mondi immaginifici dello Zio Federico.

Luca Vassilich mi racconta che sì, lui è davvero “nato a pane e cartapesta”.

A Fano, dice, il Carnevale non è una scelta: è un imprinting.

Mi confida che il momento in cui ha capito che questo mondo lo avrebbe catturato per sempre risale a quando aveva meno di due anni. Una sera, durante il ritorno della Luminaria, vide un carro che lo terrorizzò. Pianse, tirò i genitori per scappare. Eppure, quello spavento gli rimase dentro come un richiamo. «Era paura, ma anche attrazione», mi dice. «Quel ricordo nitidissimo mi ha accompagnato per tutta la vita».

Parlando dei suoi maestri, gli brillano gli occhi. «Alcuni li chiamo superuomini», racconta. «Persone umili che hanno creato cose memorabili. L’artigianato puro è un valore che va difeso con le unghie e con i denti».

Il suo carro chiude una trilogia dedicata al sogno. E quando gli chiedo perché abbia scelto proprio Fellini, sorride come chi custodisce un’idea da anni. «Il soggetto felliniano ce l’avevo nel cuore da tempo. Era il momento giusto. Come non dedicare l’ultimo capitolo a un vero mago?».

Mi spiega che ha voluto rappresentare mio zio negli anni Ottanta, con gli occhialoni iconici e un cappello trasformato in una giostra. «Volevo rendere omaggio non solo al regista, ma alla sua mente, alla sua scatola magica».

La parte più difficile? Il volto. Ha scolpito un modellino in plastilina in scala 1:10, poi lo ha ingrandito fino a ottenere una testa di oltre due metri e mezzo. Un lavoro titanico, ma necessario per catturare l’essenza di un uomo che viveva tra sogno e realtà.

Quando gli chiedo quale fase del processo ami di più, non ha dubbi: «La creatività pura. Anche ora che il carro sfila, nella mia testa è già ripartita la macchina del prossimo progetto».

Parliamo della tradizione della cartapesta, minacciata dall’avanzata del digitale. Luca è netto: «Bisogna preservare l’aspetto creativo. Il digitale può soffocarci. Nessuna intelligenza artificiale può scalfire certi soggetti, certi mondi».

E cosa gli ha lasciato questa esperienza? «Orgoglio. Speravo che questo progetto non si esaurisse con le sfilate. Volevo che lasciasse una scia, che incuriosisse chi conosce meno Fellini».

Se dovesse descrivere il suo carro con una sola immagine, sceglierebbe il sogno. «Per tuo zio e per me. Le persone oggi sono sempre più aride di desideri. Bisogna seminare sogni, perché dai semi nascono grandi cose».

Poi gli chiedo cosa significhi vedere il suo lavoro sfilare davanti a migliaia di persone. La risposta arriva lenta, ponderata, quasi pesante di responsabilità. «È un motivo di orgoglio, certo, ma anche un grande senso di responsabilità. Sento di portare l’immagine del nostro Carnevale, e cerco di tenere l’asticella più alta possibile. Il tuo lavoro diventa il volto di una manifestazione, e devi essere all’altezza. E poi c’è il dovere, nel lungo termine, di mantenere viva questa tradizione, di onorarla per la storia che ha».

Prima di salutarci, gli chiedo se ha già idee per il 2027. Ride: «Il cassetto è sempre pieno. Ripartirò da qualcosa di nuovo, ma senza abbandonare la suggestione, l’immaginazione, la danza, il colore».

E mentre il suo carro sfila davanti alla folla, capisco cosa significhi davvero avere la testa tra le nuvole: non essere distratti, ma essere capaci di vedere oltre. Proprio come faceva mio Zio Federico. Proprio come fanno i carristi. Proprio come fa Luca.