Testo di Francesca Fabbri Fellini – Ritratti di Graziano Villa
A volte basta fermarsi un istante davanti a una finestra per accorgersi che non stiamo guardando fuori, ma dentro. Il paesaggio che crediamo di osservare è solo un pretesto: ciò che ci attrae davvero è quel varco sottile in cui il mondo esterno e quello interiore si sfiorano, si confondono, si interrogano. Una finestra non è mai solo un serramento. È un confine poroso, un altare domestico, un luogo di passaggio dove la luce diventa pensiero e il pensiero diventa direzione.
Forse è per questo che incontrare Quinto Biondi, fondatore di ISOLCASA nel 1987, significa entrare in un territorio che non appartiene solo all’imprenditoria, ma alla visione. Da quasi quarant’anni, in Romagna, costruisce finestre che non si limitano a incorniciare il paesaggio: lo interpretano, lo amplificano, lo rendono abitabile. E la nuova sede inaugurata a San Clemente nel 2021 – tutta trasparenza, verticalità, luce che sale – sembra più un manifesto che un edificio. Un invito a guardare più lontano, ma anche più profondamente.
C’è qualcosa di sorprendentemente poetico nel modo in cui Biondi parla del suo lavoro: la fontana come origine, la scultura come tensione verso l’alto, la scala come percorso umano.
D: Quinto, so che sei un grande appassionato di moto. È vero che hai scelto il nome Jarno per tuo figlio ispirandoti al pilota finlandese Jarno Saarinen?
Jarno Saarinen per me non era solo un pilota: era una scia di luce sull’asfalto bagnato. Quando l’ho visto correre a Santa Monica, sembrava che la pioggia non esistesse, che il mondo si aprisse sotto le sue ruote. Era leggerezza, coraggio, una leggenda durata troppo poco. Quando è morto a Monza, a ventisette anni, qualcosa si è spezzato anche in me. Ma quel nome, Jarno, è rimasto come un faro, un’eredità di passione e follia motociclistica che mi appartiene da sempre.
D: Quando hai fondato Isolcasa, che cosa vedevi che gli altri non vedevano?
Non vedevo oltre: cercavo di sopravvivere. La mia prima azienda era crollata, e io, a venticinque anni, portavo addosso il peso di un fallimento che allora era una macchia indelebile. Ho dovuto ricostruire tutto, raccogliendo ciò che mio padre aveva lasciato e trasformandolo in un nuovo inizio. Non fu visione: fu necessità, fu resistenza.
D: Se potessi tornare al primo giorno, cosa diresti al Quinto di allora?
Gli direi che nessuno cresce senza una guida. Che quando riparti sei un bambino, e un bambino ha bisogno di qualcuno che gli indichi la strada. Oggi so che, se mantieni certi principi, la meta arriva. Allora non lo sapevo ancora.
D: Quando hai iniziato a percepire che il tuo lavoro aveva a che fare con l’anima?
Da sempre. Ogni lavoro, se è vero, nasce dall’anima. Senza anima non si crea, non si dona, non si espande. L’anima è ciò che ti fa esplodere verso gli altri, ciò che ti permette di contenere mondi interiori ed esteriori. È la scintilla che ti mette in cammino.
D: Che cosa accade quando una persona si mette davanti a una finestra?
All’inizio guardi solo ciò che ti serve: luce, aria, protezione. Poi capisci che una finestra è un’opera che cambia la vita. Nel Novecento le case erano buie; oggi la luce è un diritto dell’anima. Una finestra è un varco che restituisce respiro.
D: La finestra è più un confine o un invito?
È un confine che invita. Un ostacolo invisibile che ti permette di essere dentro e fuori allo stesso tempo. Una soglia che cambia il tuo punto di vista.
D: La nuova sede inaugurata nel 2021 sembra più un manifesto che un edificio. Qual è l’idea invisibile che la tiene insieme?
Tutto nasce da una discarica. Da un luogo ferito. Ho voluto trasformarlo in un involucro che parlasse di rinascita. Con il progettista abbiamo costruito un percorso sensoriale: il giardino che accoglie l’olfatto, l’arcata che invita, l’imbuto che concentra, la “cattedrale” che si apre. Chi entra deve capire subito dove si trova: in un luogo che respira.
D: Durante il Covid il mondo guardava fuori dalla finestra come a un filo di vita. Tu come hai vissuto quel momento?
Per me è stato un dono inatteso. Due settimane chiuso in casa con la mia famiglia: un tempo che non avevo mai avuto. È stato un ritrovarsi, una piccola grazia.
D: La nuova sede nasce anche da quel periodo sospeso?
Il progetto era già in cammino dal 2018, quando i miei figli hanno deciso di continuare l’azienda. La crescita non era solo economica: era culturale. Era passare dall’io al noi. In un’azienda più grande devi reinventarti.
D: Che cosa significa consegnare ai tuoi figli un’azienda che è quasi una creatura?
Significa affrontare l’attaccamento. E ogni attaccamento porta con sé il dolore dello staccarsi. Lo senti subito, come un nodo alla gola.
D: C’è qualcosa che speri non cambierà mai, anche tra cento anni?
Spero che restino i valori: l’obiettivo iniziale, la direzione, la cura.
D: Perché hai creato Open Vision?
Perché senza visione si barcolla. La visione deve essere aperta, totale, permeabile. Tutti hanno qualcosa da portare. Open Vision è un tavolo dove la finestra diventa pensiero, non solo tecnica.
D: Cosa hai scoperto ascoltando architetti, artisti, illustratori?
Un mondo che non conoscevo. Un teatro di segni, parole, immagini. È stato come aprire una finestra dentro di me.
D: Oggi vedi le finestre con occhi diversi?
Sì. Oggi hanno un senso che prima non avevano. Prima dovevo vivere; solo dopo ho potuto vedere.
D: Quanto c’è di romagnolo nelle tue finestre?
Tutto: cuore, ospitalità, testardaggine, determinazione. La Romagna è fatta così: ti insegna a resistere.
D: Se Isolcasa fosse un paesaggio romagnolo, quale sarebbe?
Non una roccaforte. Piuttosto mare e colline: protezione e visione.
D: Come immagini la finestra del futuro?
Non ha ancora una veste. Forse sarà trasparente, forse invisibile. Le tecnologie cambieranno tutto.
D: E Isolcasa tra 40 anni?
Impossibile dirlo. Oggi il mondo cambia in tre anni. Guardare oltre è un rischio.
D: Cosa speri che il futuro non dimentichi della tua visione d’insieme?
Spero che resti la capacità di creare un mondo comune, fondato sul rispetto e sul vantaggio condiviso. Oggi unirsi è più difficile, ma è l’unica strada.
D: Qual è la finestra della tua vita?
È una finestra che si affina nel tempo. Più è libera da ingombri, più assomiglia al mio desiderio di unire interno ed esterno senza ostacoli.
D: Tre aggettivi per definirti?
Testardo, determinato, incosciente.
D: Per il quarantennale, cosa ti piacerebbe fare?
Consegnare l’azienda ai miei figli: Jarno e Fabiola. È il gesto che chiude un cerchio e ne apre un altro.
E mentre chiudo il taccuino, mi torna alla mente uno dei miei film più amati: La finestra sul cortile di Hitchcock.
Lì la finestra è un occhio segreto, un varco proibito, un teatro di vite altrui che si muovono senza sapere di essere osservate. È il luogo del voyeurismo, certo, ma anche della rivelazione: guardare fuori per capire dentro, spiare il mondo per scoprire se stessi.
Così, ascoltando Quinto, ho capito che anche le sue finestre hanno qualcosa di quel mistero.
Non sono solo serramenti: sono schermi, soglie, cornici che incorniciano il reale e lo trasformano.
Sono cinema quotidiano.
E allora mi accorgo che questo incontro non è stato un’intervista, ma un attraversamento.
Un passaggio da una stanza all’altra della sua storia, della nostra Romagna, di quella testardaggine che diventa visione, di quella luce che entra sempre, anche quando non la aspetti.
Per me è stato bello incontrare un imprenditore visionario della mia terra, uno che non costruisce solo finestre, ma modi nuovi di guardare il mondo.
Uno che trasforma discariche in cattedrali, ostacoli in soglie, vetro in destino.
E mentre me ne vado, mi volto un’ultima volta.
La sua finestra è lì, immobile e viva, come nel film:
un rettangolo di luce che non smette di guardare.
Francesca Fabbri Fellini & Graziano Villa – BIO
Francesca e Graziano: due “Life Travellers”, due esploratori instancabili in viaggio continuo alla ricerca della Bellezza e della Bontà nel mondo. Raccontano ciò che incontrano — persone, luoghi, natura — con uno sguardo curioso e incantato, guidati dalla meraviglia e da quella parte infantile che custodiscono gelosamente dentro di sé.
🎤 Francesca mette a frutto la sua lunga esperienza da giornalista nei principali network radio-televisivi, trasformandola in una sorta di “bastone da rabdomante” capace di intercettare con sensibilità storie, volti e tematiche che meritano di essere raccontati. Le sue interviste si concretizzano in testi e video straordinari — così dicono di lei — capaci di emozionare e far riflettere.
📸 Graziano, con decenni di esperienza nella fotografia professionale — ritratto, reportage, still life, moda — cattura l’anima dei personaggi e dei contesti con immagini evocative, poetiche e potenti. Ogni scatto è il riflesso della passione con cui interpreta il mondo.
✨ Insieme, formano un duo vibrante e complementare, sempre alla ricerca di storie che sappiano dare emozioni.

Graziano Villa e Francesca Fabbri Fellini – ©GrazianoVilla – Timbavati National Park – Southafrica



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