I CENTO ANNI DALLA NASCITA DI DANILO DONATI, COSTUMISTA E ART DIRECTOR DI FEDERICO FELLINI, AUTENTICO CREATORE DI VISIONI CINEMATOGRAFICHE
di Gianfranco Angelucci
Danilo Donati era subentrato, accanto a Fellini, nel ruolo ricoperto da Piero Gherardi per capolavori come La Dolce Vita, 8 ½, Giulietta degli Spiriti; una eredità scomoda e rischiosa. Ma Danilo aveva braccia forti, carattere determinato, nato sotto il segno dell’Ariete, e alle spalle la naia severissima al Teatro alla Scala di Milano, sotto la sferza di Luchino Visconti, e a fianco figure leggendarie come Lila De Nobili e Maria De Matteis. Precisione, esattezza, disciplina ferrea, l’irrinunciabile apprendimento di bottega: colori, tessuti, tagli, ornamenti, il più insignificante dei dettagli, l’ultimo dei particolari, ottenuti come il risultato di un precetto assoluto e di una manualità imprescindibile.

Danilo-Donati-e-Federico-Fellini
Rivedo ancora Donati a Cinecittà, già maturo e famoso, curare da solo i bagni di colore per le stoffe, rivolgendo a due braccia il mestolone nelle grandi caldaie che fumavano sul fuoco acceso a terra, oltre la porta del suo reparto, come nell’antro del negromante. Da quel laboratorio usciva l’impensabile, come nessun altro sarebbe stato capace di fare. I pacchi di pasta minuta si trasformavano all’oro della porporina in gioielli faraonici, diademi, collane, orecchini. I tappi a corona delle bottiglie formavano improvvise decorazioni di muraglie barbariche. Le caramelle Charms, traslucide e colorate, andavano a comporre come tessere musive il ritratto di Trimalcione. I manichini del suo atelier sembravano avanzare in processione avvolti in manti regali, in acconciature fastose, che Danilo schizzava con mano lieve prima di realizzare alla forbice, affidando poi le cuciture allo sciame ciarliero delle sarte.
DaniloDonati-Il-Satyricon-di-Federico-Fellini-1969
Si divertiva nelle sue alchimie a ricreare la Storia: Satyricon, Casanova, non possederebbero quella stessa fiabesca arcaicità, quella incantata verità d’artificio, senza il suo intervento di ‘pittore’. Amarcord, Roma, Intervista, evocano ai nostri occhi gli Anni Trenta e Quaranta per virtù di quel tocco fatato in grado di restituire il respiro stesso a un’epoca trascorsa. Uno scambio di anime, un esperimento di avatar.

Danilo-Donati-Roma-di-Federico Fellini-1972-4-w
Come ogni autentico trasformatore della materia, Donati era anche un cuoco provetto. Durante la lavorazione dei film, ispirato dall’istante, nelle pause di mezzogiorno attrezzava il laboratorio a cucina, con fuochi e pentole di cucina. Sui tavoli di sartoria tirava personalmente la sfoglia, che sorgeva dalle sue mani come il più affascinante dei pleniluni, un immenso disco d’argento dorato così sottile che si poteva guardarci attraverso. Solo allora la pasta era pronta per essere avvolta su sé stessa e affettata in nidi di tagliatelle da srotolare e calare nell’acqua bollente. A Roma si chiamano fettuccine, e sono più spesse, erte, da masticare sotto i denti riempiendosene la bocca. Non più che una onesta parentela con le nobili tagliatelle emiliane, la cui consistenza dev’essere invece quella di un velo da sposa, ben condite di ragù, per disfarsi fra lingua e palato con viziosa cedevolezza, l’ultimo sospiro di un lussurioso sfinimento.

Danilo Donati – Amarcord di Federico Fellini-1973
Danilo era un genio. Sfondava pareti inesistenti e al di là, come per magia, dispiegava un intero mondo che stava aspettando soltanto di essere trasfuso nel film in lavorazione.
DaniloDonati-Il-Satyricon-di-Federico-Fellini-1969
Così nacque anche Satyricon, la sua prima collaborazione con Fellini, in cui inventare una arcaicità ‘fantascientifica’ che stravolgeva radicalmente e per sempre la convenzione di una romanità da operetta, contrabbandata dai tanti ‘peplos’ hollywoodiani con i centurioni al dopobarba.

Danilo-Donati-e-Federico-Fellini

Danilo-Donati
E da quell’opera ebbe inizio il successivo infrangibile sodalizio per la realizzazione di alcuni capolavori degli Anni Ottanta e Novanta, che non si sa quando il cinema italiano conoscerà di nuovo.
Per Fellini, è ben noto, al pari della scenografia, del trucco, delle luci, il costume era un connotato psicologico prima ancora che storico, o drammaturgico.
I personaggi dei suoi film nascevano a estro, ‘scarabocchiati’ sulla carta come avrebbe fatto un burattinaio nella sua baracchetta, una specie di teatralizzazione mentale che prendeva forma dalle sue fantasie per tramutarsi in Gelsomine, Cabirie, Sceicchi Bianchi, Anitone e Gradische; via via, film dopo film, in una teoria interminabile di tipologie immaginate e già vere, fantasmi indistruttibili della fantasia capaci di uscire dallo schermo per entrare a far parte come personaggi in carne e ossa di quel singolare Carro di Tespi che seguiva docilmente il regista da un’avventura all’altra.
I caratteri di Fellini non esigevano abiti di scena, ma livree, come vengono chiamati i piumaggi degli uccelli, ognuno con la propria, inconfondibile, per essere riconosciuti dagli occhi e dall’anima, senza possibilità di errore. Ai costumisti veniva richiesto questo talento, e Donati con il proprio stile, è riuscito a trasformare idee e concetti in altrettanti capolavori di visionarietà.

Danilo Donati – Amarcord di Federico Fellini-Magali Noel-1973
In tanti ricordano la sagoma del transatlantico Rex, in Amarcord, che svapora sognante sul mare notturno di Rimini (materializzato nella piscina di Cinecittà); o il faccione gigantesco di Mussolini composto in un arazzo di petali di fiori; o ancora la leggiadra Magali Noël che discinta sul letto, con il baschetto rosso in testa, offre le proprie grazie al Principe sussurrando: “Gradisca!”

Danilo Donati-Il Casanova di Federico Fellini-1976
Ma Casanova, l’avete più rivisto sul grande schermo? Vi sembra immaginabile, oggi, un’opera di tale grandiosa intensità figurativa? Ricorre quest’anno il Cinquantenario dalla sua uscita, ma solo Cinecittà se n’è ricordato. Lode al merito.

Danilo Donati-Il Casanova di Federico Fellini-1976
L’amante veneziano che nel film possedeva le fattezze stravolte di Donald Sutherland, si aggirava elegante in mezzo alla sua umanità prediletta, dame addobbate in architetture stupefacenti e nobiluomini di rara raffinatezza; gli scintillii di Hogarth, la minuziosa registrazione figurativa di Watteau, del Guardi, del Canaletto, erano quasi tangibili: il Settecento racchiuso nello scrigno dell’Histoire de ma vie era lì, davanti a noi, eppure trasfigurato.

Canaletto, il Gran Canale di Venezia e la vista del Ponte Rialto da sud, Galleria Nazionale Barberini a Roma
Lo spirito che aleggiava silenzioso e implacabile era ancora altro, un’epoca inventata, una laguna di ghiaccio in cui Giacomo Casanova, l’implacabile tombeur de femmes, stringeva fra le braccia la bambola meccanica, null’altro che un inerte e disanimato manichino femminile. Non un’epoca dunque della Storia ma un paesaggio interiore che Donati ha saputo tradurre a livelli così assoluti da meritargli il Premio Oscar, il riconoscimento più ambito della cinematografia mondiale; e per la seconda volta, dopo il trionfo con Romeo and Juliet di Franco Zeffirelli.

Danilo Donati – Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli-1968-1
Per cercare di dar corpo a questa maestria per la quale le parole non bastano, stavamo progettando insieme a Danilo una grande mostra sul suo lavoro, dal titolo eloquente: Danilo Donati, creatore di visioni.
Avevamo già scelto il luogo, la Reggia di Colorno, una piccola Versailles vicino Parma, non troppo distante da Suzzara, il suo paese di nascita. Avevamo effettuato i sopralluoghi, e nelle decine di stanze a disposizione avremmo riunito, costumi e scenografie dei film realizzati con Pier Paolo Pasolini, Franco Zeffirelli, e naturalmente Federico Fellini: I Clown, Roma, Amarcord, Casanova, Ginger e Fred, Intervista. Egli stesso aveva già eseguito l’inventario nelle sartorie teatrali e cinematografiche, recuperando gran parte dei suoi costumi, molti dei quali sono stati acquisiti dall’Università di Parma.

Danilo Donati – I Clowns – di Federico Fellini- 1970
Avevamo ritrovato presso un collezionista privato di Roma gran parte dei paramenti cardinalizi che avevano figurato nel défilé ecclesiastico di Roma, ora in possesso del Museo e della Fondazione riminese. E avremmo ricomposto la sua intera carriera, pezzo per pezzo, compresi i film mai realizzati, come l’impresa grandiosa di Caterina di Russia, varata da Bob Guccione, di cui esistono decine e decine di magnifici cartoni preparatori. Avremmo persino esposto le centinaia di polaroid, miracolosamente recuperate nella sua soffitta, scattate durante la preparazione del Satyricon per i provini di trucco e acconciature di quelle facce indimenticabili: un documento eccezionale della sua esuberante fantasia associata all’incontentabile perfezionismo.
Danilo Donati – il Satyricon di Federico Fellini Capucine -1969
La grande mostra su Danilo Donati fu poi, dopo la scomparsa dell’artista, realizzata in parte a Villa Manin di Codroipo; ma quella da lui immaginata giace ancora in attesa del maturarsi dei tempi. Quando? E intanto le nuove generazioni non avranno alcuna cognizione diretta di quella poetica della ‘matericità’, attraverso la quale Donati ha saputo regalare al nostro cinema il momento forse più alto della su storia, nel solco autentico e profondo della tradizione figurativa italiana.

Danilo Donati – il Decamerone di P.P.Pasolini-1971
Gianfranco Angelucci – BIO
Regista, scrittore, giornalista, docente di cinema
Laureato a Bologna (110 e lode, Facoltà di Lettere, Istituto di Storia dell’Arte) con una tesi sul cinema di Federico Fellini, ha collaborato da subito con il regista fino a diventare suo sceneggiatore per il film INTERVISTA (1987) – Premio Speciale a Cannes, Primo Premio al Festival di Mosca.
Dopo la scomparsa dell’artista ha diretto a Rimini la Fondazione Federico Fellini, gettando le basi di un cospicuo archivio per lo studio, la diffusione e la conservazione della memoria dell’artista.
In qualità di saggista ha pubblicato diversi volumi sui film di Fellini, fra i quali: Amarcord, Casanova, E la nave va, Ginger e Fred, Block notes di un regista; oltre ai libri fotografici La Dolce Vita e Un regista a Cinecittà.
Ha scritto inoltre opere di divulgazione in chiave narrativa, quali FEDERICO F. (romanzo verità tradotto anche in lingua inglese); SEGRETI E BUGIE DI FEDERICO FELLINI; GIULIETTA MASINA, ATTRICE E SPOSA DI FEDERICO FELLINI; GLOSSARIO FELLINIANO; GIULIETTA MASINA; FARE CINEMA CON FEDERICO FELLINI
Ha anche diretto per il cinema e la TV reportage e back stage quali E il Casanova di Fellini?; I Protagonisti di Fellini; Fellini nel cestino.
Nel 1984 ha curato la ripresa televisiva dal Teatro alla Scala di Milano del BALLETTO LA STRADA di Nino Rota, trasmesso dalla RAI la notte di Natale.

Gianfranco Angelucci e Federico Fellini
Nel 1993 CINECITTA’ INTERNATIONAL su specifica designazione di Federico Fellini ha affidato alla sua consulenza tecnico-artistica la ristampa dell’intera opera cinematografica del regista (23 film) presentati in prima mondiale al Lincoln Center di New York.
Considerato tra i massimi esperti del Maestro riminese, Angelucci viene assiduamente chiamato a tenere conferenze in Italia e all’Estero.
In occasione del Centenario della nascita dell’artista, il MAE Ministero degli Affari Esteri, gli ha commissionato una Masterclass su Fellini (50’) che è stata diffusa, con sottotitoli in inglese, a tutte le Ambasciate, i Consolati, gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo.
Su commissione del Ministero dell’Istruzione e del Merito e del Ministero della Cultura, Gianfranco Angelucci ha realizzato a Cinecittà dieci episodi filmati dal titolo:
A SCUOLA CON FELLINI, I MESTIERI DEL CINEMA ATTRAVERSO L’OPERA DEL MAESTRO RIMINESE.


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