di Costanza Diquattro

Doveva essere la cappella di casa, la spazio più appropriato per unire il terreno all’ultraterreno, l’uomo a Dio.

Diventò, invece, per volontà di Francesco Arezzo Barone di Donnafugata, un teatro.

Perché se è vero che nella cappella si sarebbe celebrato il mistero della vita e della morte è pur vero che dentro un teatro avrebbero celebrato il mistero dell’arte e tanto bastò a Francesco.

Il teatro Donnafugata sta li, sonnacchioso e bello da duecento anni circa.

Soli novantotto posti a sedere, una doppia fila di palchetti, una platea e un minuscolo golfo mistico. Una bomboniera, come in tanti amano definirlo, nel cuore pulsante di una barocca Ibla, perla degli Iblei. Eppure è un teatro a tutti gli effetti e svolge a pieno il suo ruolo sociale, quello di aprire le menti, alimentare il dibattito e veicolare cultura.

Costanza Diquattro con il nonno

E’ stato completamente restaurato da mio nonno, l’Avv. Salvatore Scucces, nel 2001 e poi affidato, per una strana combinazione di fortuiti eventi, a me e mia sorella Vicky.

Questo spazio incantato ha fatto sempre parte della nostra vita, averlo dentro casa ci permetteva di usarlo come un rifugio, un gioco, un luogo delle meraviglie. Ma gestirlo con serietà e totale abnegazione fu del tutto diverso. Sono personalmente cresciuta attraverso questa creatura fatta di velluto rosso e affreschi, ho formato la mia maturità e le mie scelte di vita sulle sue tavole imbibite della polvere di secoli, ho pianto per la sua sorte spesso amara e mi sono emozionata per ogni spettacolo, per ogni sipario aperto, per ogni successo.

Perché il teatro è innanzitutto una palestra di vita, un esercizio al dialogo, al rispetto, alla convivenza. E’ sudore e fatica ma anche emozione scalpitante e dilagante entusiasmo. Negli anni siamo cresciute professionalmente sfatando l’idea che “piccolo” possa essere sinonimo di “scadente”.

Abbiamo iniziato significative collaborazioni con i teatri lirici più importanti d’Italia (Accademia Teatro alla Scala, Teatro Massimo Bellini di Catania, Teatro Massimo di Palermo e Teatro di San Carlo a Napoli), abbiamo cementato negli anni la collaborazione con l’INDA di Siracusa e con prestigiosi teatri di prosa, riuscendo a vincere una scommessa fatta anni prima: trasformare la marginalità geografica in opportunità, fascinazione e coraggio.

E tra le poltrone rosse è nata l’idea di scrivere. Scrivere della mia vita, delle vite altrui dimenticate dagli anni e dalla memoria e del teatro. Scrivere per non dimenticare, per salvare il racconto dalla incuria del tempo e per fermare un ricordo, un’emozione, un istante di eterna felicità.

Ho così coniugato le mie due grandi passioni, teatro e libri, in una sola grande fede: la bellezza.

About the author

Costanza Diquattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro.

Costanza Diquattro è l’autrice del romanzo Donnafugata

Donnafugata è un luogo, a due passi da Ragusa, tra carrubi secolari, muri a secco e campagna scoscesa. Donnafugata è un tempo, l’Ottocento, tra dominazione borbonica, moti di fierezza popolare e alba della dignità operaia. Donnafugata è un casato, tra i più antichi di Ibla, che di quella terra e quei giorni incarna gioie, patimenti e futuro. Alla sua te- sta c’è lui, il barone Corrado Arezzo De Spucches, di cui il libro è quasi un diario privato: da quando, ginocchia sbucciate e balia Annetta appresso, scappava bambino da don Gaudenzio e quella camurria del suo rosario; agli anni in cui, ragazzo, compie gli studi a Palermo e lì fa sua la voglia di rivoluzione; a quelli in cui, marito, padre e poi nonno, vive e invecchia «circondato dalle fimmini», amandole tutte teneramente e sopravvivendogli con il cuore spaccato. In una carezza lunga quasi un secolo, questo è il ritratto intimo di un illuminato uomo pubblico, ma pure la storia frugale e aggraziata di una famiglia unica e insieme qualunque.