Il Sacro di Andrea Laszlo de Simone al Cuore dell’Illusione

Danielle Dufour-Verna

In questo fine pomeriggio in cui il cielo della Provenza sembrava fondersi nelle campiture minerali e geometriche di Victor Vasarely, una silhouette ha attraversato, quasi in punta di piedi, la navata della Fondation d’Aix-en-Provence. Chiunque conosca l’opera di Andrea Laszlo de Simone sa perfettamente che l’artigiano torinese non si è avventurato fin qui per consumare il rito di un semplice concerto, ma per officiare una comunione. Con “Una lunghissima ombra”, il musicista firma una partitura che trascende i confini canonici della forma-canzone per farsi balsamo umanista: un ponte gettato tra l’architettura ottica e rigorosa del maestro dell’arte cinetica e le fragilità più nude, e dunque più autentiche, dell’anima umana.

Andrea Laszlo De Simone

 Il Silenzio come Primo Strumento

Vi è una timidezza antica in quest’uomo, un’umiltà che sconcerta quasi di fronte alla grandezza del suo lascito. Ormai costantemente associato ai padri nobili delle colonne sonore italiane — da Ennio Morricone a Piero Piccioni —, De Simone rifiuta sdegnosamente i simulacri di una gloria facile ed effimera. Per lui, l’atto creativo non è mai stato un oggetto di consumo da consegnare alle logiche di mercato, ma un’urgenza vitale, una necessità viscerale; un modo, forse l’unico possibile, di « fare pace con il tempo » e le sue derive. Quando la sua musica investe il Musée Vasarely, il contrasto che ne scaturisce è folgorante, quasi mistico. Le forme geometriche radicali, quegli esagoni e quei rombi nati per sfidare la nostra percezione dello spazio, trovano improvvisamente un baricentro emotivo, un cuore pulsante. Laddove Vasarely tentava di universalizzare l’arte attraverso il prisma scientifico della visione, De Simone compie il cammino inverso: lo universalizza attraverso la scienza, altrettanto complessa, dell’emozione pura.

Victor Vasarely Foundation – foto di ©GrazianoVilla

“Una lunghissima ombra non è un titolo scelto al caso. È l’atto di coscienza più intimo, il riconoscimento del fatto che ognuno di noi cammina scortato dalle proprie zone d’ombra, e che è precisamente questo cono d’oscurità a testimoniare la nostra viva presenza al mondo, sotto il sole talvolta impietoso dell’esistenza.

Dalla « Tanière » di Torino alla Consacrazione del César

Per comprendere la traiettoria così singolare di questo artigiano totale, bisogna volgere lo sguardo all’indietro, verso le sue radici piemontesi. Nato a Torino nel 1986 in seno a una famiglia di origini meridionali, Andrea cresce in un ambiente impregnato di stimoli artistici, formandosi non tra le mura rigide di un conservatorio, ma da autodidatta puro.

Dal suo primo album autoprodotto ‘Ecce Homo’ nel 2012, passando per il monumentale e cinematografico ‘Uomo Donna’ nel 2017, fino alla suite orchestrale ‘Immensità’ nel 2020, De Simone ha saputo risuscitare i fasti del pop barocco e del progressivo italiano degli anni Settanta, rivestendoli di un’esistenzialità contemporanea che ha conquistato la Francia e l’Europa.

Questa vocazione visuale naturale della sua musica non poteva che sposarsi indissolubilmente con la settima arte. Sebbene avesse già prestato le sue note a lungometraggi italiani, è oltre i confini transalpini che Andrea firma il suo capolavoro cinematografico assoluto, componendo la colonna sonora del film ‘The Animal Kingdom’ (Le Règne animal), l’opera acclamata di Thomas Cailley che ha aperto la sezione ‘Un Certain Regard’ al Festival di Cannes.

Andrea-Laszlo-De-Simone-6050-def-©Paolo-Nucci

L’opera sonora concepita per questo film è un miracolo di ibridazione: un commento musicale che fonde arrangiamenti classici, respirazioni analogiche e un’elettronica sottile per accompagnare la metamorfosi della natura e l’animalità stessa dell’uomo. Un lavoro d’una potenza evocativa tale da valergli, nel febbraio 2024, il prestigioso ‘César per la migliore musica originale’. Questo riconoscimento sulla scena dell’Olympia a Parigi, accolto con il suo consueto pudore e la sua eleganza, ha sancito l’ingresso ufficiale di De Simone nell’olimpo dei grandi compositori europei, provando che la sua poetica della fragilità sa farsi universale, anche quando si mette al servizio dell’immagine in movimento.

César per la migliore musica originale di Andrea Laszlo de Simone

L’Artigiano Solitario di fronte all’Infinito

Nel segreto del suo studio di Torino, quel luogo intimo che ama descrivere come una « tana » protettrice, Andrea continua a lavorare alla maniera dei maestri artigiani del Rinascimento. È lui il batterista che dà il battito al pezzo, il bassista che ancora il racconto alla terra, il pianista che disegna le volte celesti della melodia. Eppure, ad

Aix-en-Provence, questa solitudine monacale si è miracolosamente metamorfosata in un’opera collettiva monumentale, una respirazione condivisa. Ciò che incanta nel suo approccio è il rifiuto categorico, quasi politico, della modernità cinica. In un’epoca in cui la musica è troppo spesso parcellizzata, ridotta a frammenti sterili dagli algoritmi delle piattaforme, egli si impone con una suite sinfonica d’una fluidità assoluta, quasi liquida. La sua penna è profondamente umanista nel senso più nobile del termine : ricolloca l’uomo al centro di un universo immenso, non per schiacciarlo, ma per celebrare la sua stupefacente capacità di sentire. Ogni accordo di settima minore, ogni slancio lirico degli archi, risuona come un sussurro che ci svela una verità essenziale sulla brevità dei nostri giorni e sulla straordinaria persistenza dell’amore.

Andrea Laszlo de Simone

Una Sinfonia della Fragilità

“Una lunghissima ombra” è un organismo che respira. Non vi è in essa alcun desiderio di impressionare l’ascoltatore con virtuosismi tecnici, sebbene la maestria esecutiva sia onnipresente e cristallina. La composizione preferisce avvolgere, cullare. Nel quadro geometrico della Fondation Vasarely, le sonorità di De Simone — questo sublime amalgama di pop barocco, d’arrangiamenti classici e di tessiture deliziosamente analogiche — hanno dato vita a una sinestesia rara. I colori primari del museo sono sembrati vibrare sotto i colpi di piatti sapientemente smorzati, mentre il canto, di questa voce al contempo fragile e sicura, si levava tra le navate come una preghiera laica.

Victor Vasarely Foundation – foto di ©GrazianoVilla

 « La musica non mi appartiene», confidava recentemente il musicista, con quella grazia distaccata che lo caratterizza. « È solo un tentativo di catturare un istante che sfugge. »

Andrea Laszlo De Simone 6050 def-©Paolo Nucci-1

Questa frase riassume da sola tutta l’etica dell’artista. In un mondo ossessionato dalla traccia perenne, dall’iper-esposizione e dal giudizio della posterità, Andrea Laszlo de Simone coltiva il paradosso di un’opera fuori dal tempo, che pure non parla che al presente. La sua musica è un inno alla vulnerabilità. Accetta l’ombra portata: quella del dubbio, della perdita, ma anche quella, insospettabile, della protezione. Poiché l’ombra rivelata da Andrea è anche un rifugio necessario contro l’abbagliamento di una luce troppo viva, troppo violenta per essere sopportata da soli.

Il Dialogo dei Maestri: Vasarely e De Simone

In filigrana, si percepisce uno strano e affascinante legame di parentela tra l’opera di Victor Vasarely e quella del musicista piemontese. Entrambi lavorano sul concetto di prospettiva, ribaltando le regole. Se il primo utilizza il colore e la forma plastica per ingannare l’occhio e creare il movimento laddove tutto è rigorosamente fisso, il secondo utilizza il sonoro, lo sguardo e le forme per sospendere il tempo, creando un’immobilità meditativa là dove tutto si agita. Ascoltare, vedere e sentire Una lunghissima ombra tra le opere del maestro dell’arte ottica è un’esperienza di profondo decentramento. Smarriti nei propri punti di riferimento, non si sa più se sia la musica a far muovere le pareti della Fondazione o se siano le opere murali a dettare il loro tempo ai violini.

Una lunghissima ombra di Andrea Laszlo de Simone-cover-4

Un umanesimo profondo

L’umanesimo profondo di De Simone risiede precisamente in questo dialogo silenzioso. Egli non entra nel museo da conquistatore che impone la propria voce, ma da ospite discreto. Installa la sua « ombra » tra le ombre proiettate dalle strutture di vetro e d’acciaio, dimostrando empiricamente che la tecnologia e il calcolo esatto (così cari a Vasarely) non sono nulla se privati del soffio vitale, se privati di questa piccola e magnifica irregolarità umana che, da sola, rende la bellezza tollerabile per l’anima.

 Un Eredità in Cammino

Dopo il suo trionfo parigino ai César, Andrea Laszlo de Simone avrebbe potuto cedere facilmente alle sirene dorate di Hollywood o alle scene speculative del pop internazionale. Ha scelto al contrario di restare fedele alla propria geografia interiore, ai tempi di maturazione biologica della sua arte. La sua venuta ad Aix-en-Provence segna così una tappa cruciale nel suo percorso: il riconoscimento definitivo che la sua opera è tanto plastica e visiva quanto uditiva.

Andrea Laszlo De Simone – ©Paolo Nucci-2

 Un’etica di vita

Uscendo dal museo, mentre le ultime note di pianoforte svaniscono lentamente sotto i pini provenzali, ciò che sussiste nell’aria è una profonda sensazione di pienezza, un calore che abita il petto. Ci si rende conto che Andrea non si è accontentato di suonare della musica. Ci ha teso un’etica di vita. In un secolo che si compiace spesso nel baccano sterile, nella frammentazione e nella divisione esasperata, egli è venuto a offrirci il silenzio, la sfumatura, la riconciliazione.

L’ultimo album di De Simone, “Una lunghissima ombra”, è uno specchio davanti al quale accettiamo, finalmente, di guardare la nostra stessa ombra, per meglio apprezzare la luce che ci attraversa. L’Italia ci ha spesso fatto dono, nel corso dei secoli, di geni assoluti della melodia; ma oggi, con Andrea Laszlo de Simone, ci offre qualcosa di più raro: un custode dell’umano. Un confessore artistico che, al cuore dell’astrazione geometrica di Vasarely, è venuto a ricordarci che siamo, prima di ogni altra cosa, esseri di carne, impastati di ricordi e di speranza.

DANIELLE DUFOUR VERNA

Danielle Dufour-Verna

Danielle Dufour Verna è nata a Marsiglia da madre italiana, Concetta Monaco nata a Catania ed emigrata con i genitori a Marsiglia all’età di due anni e da padre francese Louis Jean Dufour, nato a Marsiglia. Figlia di operai, ha proseguito gli studi con successo ed è entrata a far parte del quotidiano “La Marseillaise” nel 1974 come correttrice di bozze. È sposata con Domenico Verna, nato a Catania, che la segue in Francia dal 1978. È madre di due figlie, Isabelle e Sandra Verna, nonna dei due nipoti Anna e Théo, e futura nonna di un piccolo Paul. Giornalista culturale, ora freelance, vive vicino a Marsiglia con la sua famiglia e scrive per diversi media, sia in Francia che all’estero.