Intervista di Francesca Fabbri Fellini

C’è una generazione che osserva il mondo senza chiedere permesso, che cresce tra treni notturni, paesaggi in corsa, silenzi cercati e storie che bussano alla porta.

Andrea Ghalam appartiene a questa generazione inquieta e visionaria: un ragazzo che ha imparato a guardare l’umanità da vicino, nei gesti minimi, nelle contraddizioni, nelle fragilità che fanno di ciascuno un personaggio degno di essere raccontato.

Nelle sue parole c’è la freschezza di chi non ha ancora smesso di stupirsi e la profondità di chi ha già attraversato la vita con occhi attenti.

La sua Duchessa nasce da questo sguardo: un simbolo, una metafora, un prisma attraverso cui leggere la società contemporanea e le sue ombre.

Intervistarlo significa entrare in un laboratorio di idee, dove cinema, scrittura e vissuto personale si intrecciano con naturalezza.

Night-Time Cityscape N.1 – ©GrazianoVilla

Chi sei quando nessuno ti guarda? Se dovessi descriverti senza parlare di libri, chi saresti?

Sono un ragazzo allegro, sono sicuramente un sognatore, ho sempre la testa immersa in molti pensieri, progetti o curiosità che mi attraggono. Mi piace il tempo da solo perché mi permette di fare le mie ricerche, curiosare, guardare il mondo, scrivere. E quando ne ho poco cerco di ritagliarmelo. Mi piace molto il pomeriggio tardo e la sera, sono i momenti in cui sono più produttivo e riesco a perdermi completamente nei miei viaggi mentali.

Mi piace stare abbastanza anche con gli amici, o con mia sorella e la sua comitiva, tendenzialmente sono un amicone, quindi il mio tempo è abbastanza ripartito. Mi piace fare sport in gruppo, stare con la mia ragazza Camilla che è sempre la miglior compagna di vita perché ha molta curiosità: è aggiornata sugli eventi, ama scoprire posti di nicchia per Roma o iniziative originali dove io mi faccio trascinare e poi sorprendere. Ho gli amici stretti che sono tutti particolari, nessuno di noi è uno stereotipo di ragazzo tipo ma tutti ci distinguiamo un po’ per interessi, peculiarità, stranezze… tutte persone che reputo originali a modo loro.

Da dove nasce il tuo desiderio di scrivere? Qual’ è stato il primo momento in cui hai capito che la scrittura sarebbe stata la tua voce?

Ma io l’ho capita tardi questa cosa… c’è stato un solo campanello d’allarme da piccolino, davanti ai primi computer portatili, dove aprii un foglio word e iniziai a scrivere una storia inventata ma durò poco. Chiusi il pc e andai a giocare fuori. Quindi sono stato distratto dalla vita e dalle frivolezze per tutte le superiori, cosa che mi ha consentito di vedere il mondo da subito. Sono poi ritornato con la testa sui fogli di carta intorno ai venti anni. In tutto quel tempo ho sempre sentito di avere dentro qualcosa da dire, e che avrei dovuto tentare di farlo un giorno ma non capivo cosa o come. Poi l’ho capito: erano i film! Quella cosa grande che avrei dovuto fare erano i film. Mi sono quindi avvicinato alle sceneggiature e quindi alla scrittura. Ma nasce tutto dal cinema, e dall’avere qualcosa da dire.

Quali luoghi ti hanno formato? C’è una città, una stanza, un paesaggio che ha inciso nel tuo modo di guardare il mondo?

Moltissimi paesaggi, visti per la maggior parte dal treno. Terminate le scuole ho iniziato a svolgere il lavoro da ferroviere e girare molto l’Italia, le stazioni e i treni, di giorno e di notte. Vedevo le persone andare al lavoro all’alba, vedevo i viaggiatori nelle ore comode della giornata, i giovani come me partire, i vecchi attendere i treni in arrivo, e poi vedevo la gente della notte. Quel mondo parallelo che si anima quando tutti dormono, poche persone, particolari, che vivono quando c’è silenzio. Mi ricordo i portieri degli alberghi del turno di notte, i baristi dei bar aperti che facevano solamente turni di notte. I stessi colleghi che lavoravano… tutta una mole di umanità a disposizione, bisognava solamente osservare, e immaginare una vita da far indossare a quei corpi.

Sicuramente questa mia fase ha inciso molto sul mio modo di vedere e soprattutto di fare, mi ha svegliato e fatto smettere di chiedere il permesso alla vita per essere ciò che sentivo. Quindi ho iniziato a vivere di più, più appassionatamente.

Cosa ti ha portato verso la narrativa? Perché romanzi e non saggi? Perché storie e non cronache?

Il cinema, specie quello d’autore. Leggendo le prime sceneggiature, per caso, capii che scrivere era un modo chiaro di comunicare, quindi provai e mi sentii a mio agio nel farlo.

I romanzi perché trasmettono emozioni: In quel mondo che viene creato alla fine conta la nostra percezione, quali sensazioni ed emozioni sentiamo, viviamo e trasmettiamo, piuttosto che la realtà  per come realmente è. Sono storie, ci fanno fare dei viaggi per distrarci dal tempo e dal mondo attuale, ci coccolano. I saggi analizzano, documentano, riportano… sono dei punti di vista meno veritieri secondo me. Noi tutti guardiamo il mondo in modo soggettivo, quindi sommiamo le informazioni che ci arrivano alle nostre percezioni e idee. Nei romanzi contano le nostre idee.

Mentre storie o cronache sono interessanti entrambe, apprezzo entrambe e ho scritto sceneggiature sia biografiche che originali. Certo è che i fatti di cronaca e quindi i film di cronaca hanno come difficoltà quella di trovare argomenti e persone che meritano d’essere raccontati. Cose fuori dall’ordinario che riescano ad emozionare. Ma in fondo vale davvero la pena parlare di pochi…

Qual’è la tua formazione invisibile ? Non quella scolastica: quella fatta di incontri, maestri, fallimenti, libri che ti hanno cambiato?

Un incontro su tutti mi ha formato tecnicamente, nella scrittura, che è quello con Roberto Romano, docente all’accademia Griffith di Roma, uno sceneggiatore e scrittore autentico, fino al midollo. Nei modi di essere e di pensare.

Il resto del mio percorso è molto autodidatta, non avendo fatto scuole cinematografiche o accademie ho imparato tutto in modo autonomo, provando, studiando.

Trovo d’ispirazione i grandi come Paolo Sorrentino, o anche Umberto Contarello, loro mi hanno suggerito un modo d’intendere il cinema che mi ha molto colpito e divertito, da subito. Se penso ai loro lavori mi diverto, anche quando toccano tematiche serie, lo fanno con una leggerezza che mi diverte, mi emoziona, mi fa apprezzare la riflessione proposta come tematica e godere il film al tempo stesso.

Per quanto riguarda i fallimenti, per un autore o sceneggiatore emergente in effetti è ancora tutto un fallimento, o meglio semplicemente non riesci come vorresti, non vieni ascoltato o visto come desideri. Ma in generale io non sono mai arrivato da nessuna parte al primo tentativo, ho sempre dovuto insistere molto nelle cose per riuscire, quindi fa un po’ parte del gioco… mi consuma più l’impazienza di dire quel che ho da dire e fare quel che ho da fare piuttosto che l’idea di fallire.

Non saprei dire un libro che mi ha cambiato la vita, recentemente ho letto “Onesto”, è molto bello, molto intimo. Ho letto “l’ultima lezione di Randy Pausch”… avvincente. Ma leggo molti libri che trovo d’ispirazione, riesco a prendere qualcosa da tutti, non so sceglierne uno.

Che rapporto hai con il silenzio? Sei uno scrittore che ascolta più di quanto parla?

Il silenzio è necessario a dare spazio alle idee. Nella mia settimana, specie nei week-end, dopo aver fatto tutti i doveri di casa e passato del tempo con le persone a me vicine, succede che mi ritaglio un paio d’ore, mezzo pomeriggio, per ritornarmene a casa e stare coi miei pensieri. È lì che nascono le idee, i progetti, i miei racconti.

Direi che il mio rapporto tra quanto ascoltato e quanto detto è buono, non sono timido, dunque parlo, ma ancor di più ascolto. Sono una persona attenta, noto i dettagli nelle persone, i loro modi di vestire, di comunicare, di muoversi e le loro espressioni. Mi impegno per ascoltare il punto di vista altrui fino alla fine, anche quando non sono d’accordo, quindi direi che ascolto un po’ più di quanto parlo, ma il rapporto è abbastanza equo.

Come nasce la tua attenzione per la società? Da dove arriva la tua capacità di leggere i meccanismi sociali e istituzionali?

Immagino dal mio vissuto, ho poco meno di trent’anni, levati i primi dieci d’infanzia, ne ho passati circa dieci di adolescenza e dieci da adulto. Prendendo queste due ultime fasi, nella prima credo di essermi fatto un’idea di ciò che era il mondo dei grandi visto da fuori, nella seconda fase ho ritrattato tale idea vedendola un po’ più dall’interno. In un certo senso ho iniziato anch’io quel percorso di disillusione che è l’invecchiamento… ma sono molto attento a cercare di sorprendermi e dare linfa nuova alla mia curiosità. Cerco di guardare molto negli scostamenti tra valori morali e comportamenti agiti, è un tema che trovo attuale. Cerco le differenze tra quanto mostrato per volontà di apparire e quanto invece travisato da comportamenti o gesti che tradiscono in un certo senso l’aspettativa di apparenza che le persone ambiscono a lasciare.

Ma sopratutto cerco di raccontare le emozioni, anche quelle che provo, se sono innamorato cerco di mostrare la mia percezione dell’amore, ed esempio.

Che cosa ti affascina delle figure femminili?

Delle donne mi affascina la loro capacità di creare legami o distanze, principalmente.

Le donne muovono il mondo perché hanno quella consapevolezza di riuscire a condizionare i rapporti tra esseri umani, consapevolezza che esercitano molto bene per natura.

Con una donna che ami tu puoi vedere colorate le cose che prima non notavi proprio.

Al contrario, se non hai un buon rapporto con una donna, tendenzialmente diventa difficile conviverci, e si finisce per stare in luoghi separati. Quindi condizionano il posto dove vivere.

In un certo senso danno un elevato contributo al punto di vista delle persone che hanno intorno.

Qual’è la tua idea di libertà? Nella vita e nella scrittura cosa vuol dire essere liberi?

La mia idea di libertà è composta da due sensazioni soggettive: la prima è la serenità con sé stessi e con gli altri, quindi sentirsi liberi d’essere chi si vuole essere, e cercare di vivere a pieno. La seconda è la serenità economica che ci consente di soddisfare quei bisogni umani, primari e non, quindi avere la testa libera per pensare ai fatti propri.

Nella scrittura essere liberi significa avere la maturità di sviluppare un pensiero proprio e avere la possibilità di dirlo senza il timore di pagarne le conseguenze. Poi magari se ne pagano, ma non avere il timore di come si viene percepiti è una grande forma di coraggio secondo me, quindi di libertà.

Che cosa ti muove oggi? Qual’è la tua urgenza, la tua ossessione, il tuo motore narrativo?

Io credo che la mia urgenza sia la necessità di dimostrare al me stesso bambino di riuscire a compiere qualcosa di grande, molto più grande dei progetti comuni di vita, come un senso di rivalsa nei confronti dell’ordinario.

Immagino che questo senso di rivalsa abbia origine nella mia infanzia, in alcuni momenti significativi miei e della mia famiglia; Dove le difficoltà più comuni  della situazione italiana, di carattere lavorativo ed economico di quegli anni, erano presenti in molte famiglie normali. Mi viene in mente la crisi dei mutui del 2008 dove le famiglie si ritrovarono rate molto alte da pagare. In quei momenti, io credo d’aver sviluppato in un certo senso una forma di ribellione verso la vita ordinaria, grigia e noiosa; Perché era un periodo un po’ povero di leggerezza popolare.

Per molto tempo non ho capito quale fosse questa cosa da compiere, poi col tempo è arrivato il cinema a darmi emozioni. Alla fine è tutto lì, sono le emozioni che ti muovono. Parlo di quell’istante in cui, dopo esserti messo alla prova con sfide difficili, al limite della tua autostima e oggettiva considerazione delle tue capacità, realizzi di riuscire nell’impresa, quindi il cuore vibra, i muscoli si stiracchiano, gli occhi ridono, i denti si mostrano, i polpacci si eccitano, la voce si accende e tutto il corpo va nella direzione dell’inaspettata gioia.

Che cosa vuoi che resti di te? Se un lettore dovesse ricordare una sola cosa di te, quale vorresti che fosse?

Ah non lo so, domanda difficilissima, non ho ancora capito io cosa voglio essere… potresti rifarmela tra una sessantina d’anni, intorno agli ottanta forse qualcosa avrò compreso di questa vita!

Anche se gli ottantenni di oggi non ostentano molto questa comprensione…

Forse vorrei ricordassero ogni volta la mia ultima nuova storia pubblicata!

Citizen Alien – N.2  –  ©GrazianoVilla

DOMANDE SUL ROMANZO

Che cosa ti ha spinto a creare una duchessa come protagonista?  Una figura nobile, enigmatica, femminile: perché proprio lei per raccontare il presente?

Il titolo di Duchessa è un simbolo di classe sociale elevata, tuttavia accessibile, di duchesse ne esistono svariate e sono certo che qualcuno di noi le avrà anche come amiche, o vicine di casa. Ritengo che sia il giusto termine di paragone per la società attuale: impegnata molto nell’apparenza e superficiale, svogliata nella sostanza. Quindi una duchessa è a sua volta all’apparenza una nobile, ma comunque mescolata nel popolo tanto da assorbirne i peccati, i vizi, le cattive abitudini… che infondo appartengono all’essere umano.

Qual’è la scena del romanzo che per te contiene la sua anima?

Una delle scene cardine e risolutive della riflessione che il libro presenta è rappresentata dal sindaco della città che, di fronte alle noie degli accertamenti finanziari legati ai loro spostamenti di denaro, risolve la questione entrando nell’ufficio del comandante di finanza per chiederne l’archiviazione; Comandante che a sua volta si rifà sui marescialli che hanno condotto questa indagine scomoda, colpevoli d’aver scoperto questi interessi privati o politici.

Un’altra scena è la chiusura del Maresciallo Leonardo, sul finale, che racconta i fatti accaduti con la duchessa; È in quel momento che Leonardo, come lo spettatore, raggiunge la consapevolezza oggetto della fotografia che io stesso volevo ritrarre.

In che modo la duchessa riflette le contraddizioni della società?

Lei come altri personaggi sono contraddittori nei termini in cui agiscono in modo non coerente ai loro titoli e alle aspettative che i loro personaggi lasciano intendere.

Una duchessa, benestante e disinteressata, non dovrebbe aver bisogno di agire da “disonesta”, e probabilmente non ne ha, forse lo fa per noia o bisogno di accettazione dalla società che la ospita. Forse ha avuto esigenza all’inizio della sua permanenza in Italia e dopo è diventato un modo d’essere e non ne ha potuto più fare a meno.

Ma anche il prete, Don Germano è a suo modo contraddittorio, umano, peccatore.

Lo sono i politici, lo sono i marescialli tutti, la Duchessa è il punto di partenza per esaminare questo tema.

Che rapporto ha la tua protagonista con il potere e con la libertà?

La duchessa ha il potere che si prende nei termini in cui i personaggi che interagiscono con lei hanno qualcosa da perdere, ma forse questo potere non le dona libertà. Come tutti i potenti, sono vincolati nei meccanismi che regolano il gioco e dunque, anche i più forti, sanno di doversi guardare bene dagli altri. Chi è veramente libero non si preoccupa, mentre lei, a modo suo, lo fa.

Quale messaggio vorresti che i lettori portassero con sé?

Vorrei che raggiungessero una consapevolezza, che sviluppassero una loro fotografia sulla società contemporanea.

In fin dei conti, nella storia, la risoluzione del fatto scatenante lascia spazio all’immaginazione.

Io ho maturato la mia e la offro come opinione personale.

Andrea Ghalam è uno di quegli autori che non cercano di rassicurare: preferiscono aprire porte, spostare prospettive, lasciare il lettore con una domanda in più.

La sua Duchessa non offre risposte, ma consapevolezze; non giudica, ma rivela.

Se c’è un tratto che resta dopo aver parlato con lui, è la sua urgenza: quella di dimostrare al bambino che è stato che la vita può essere più grande delle sue paure. E forse è proprio questo il cuore del suo romanzo — un atto di rivalsa poetica, un gesto di libertà, un invito a guardare la realtà con occhi nuovi.

Nel panorama narrativo italiano, voci così sono preziose: perché non imitano, non compiacciono, non si nascondono. Raccontano. E lo fanno con una sincerità che vibra.

Andrea Ghalam – BIO

29 Anni, autore e sceneggiatore.

Nasce a Roma nel 1997, cresce nella città di Ladispoli dove sviluppa il proprio interesse per il cinema e per la scrittura.

Si forma privatamente partecipando a corsi di sceneggiatura cinematografica e cinema, approfondisce negli anni le tecniche della scrittura cinematografica e il linguaggio narrativo per il grande schermo.

Il suo percorso professionale inizia collaborando alla fase di sviluppo creativo di progetti cinematografici, scrive soggetti e presentazioni destinate alle produzioni.

Matura esperienza nella costruzione e nell’elaborazione di storie pensate per il cinema e, successivamente, inizia a pubblicare lavori a proprio nome.

Ha scritto tre sceneggiature per lungometraggi e due per cortometraggi.

Nel suo percorso di autore ha sviluppato progetti cinematografici caratterizzati da una particolare attenzione alla narrazione e all’osservazione della società contemporanea.

Ha lavorato su progetti Biografici come Paghi due, prendi uno – Il primo Mino.

Non mancano nei suoi progetti tratti caratteristici di satira e comicità sul sociale e sulle relazioni umane.

È autore di Una Duchessa, sceneggiatura cinematografica di genere drammatico-giallo, pubblicata anche in formato editoriale.

Sceneggiature di lungometraggi:

  • Candy Street, serie TV. Formato 6 x 30’.

(Consulenza alla sceneggiatura e script editing di Roberto Romano, professore all’Accademia Griffith)

  • Paghi due, prendi uno – il primo Mino. Durata 150’.
  • Una duchessa. Durata 138’.

Soggetti di lungometraggi:

  • Candy Street, serie TV.
  • Paghi due, prendi uno.
  • Il ragazzino.
  • Una duchessa

Sceneggiatura di cortometraggi:

  • Acquario 5’
  • Bianca 5

Francesca Fabbri Fellini & Graziano Villa – BIO

Francesca e Graziano: due “Life Travellers”, due esploratori instancabili in viaggio continuo alla ricerca della Bellezza e della Bontà nel mondo. Raccontano ciò che incontrano — persone, luoghi, natura — con uno sguardo curioso e incantato, guidati dalla meraviglia e da quella parte infantile che custodiscono gelosamente dentro di sé.

🎤 Francesca mette a frutto la sua lunga esperienza da giornalista nei principali network radio-televisivi, trasformandola in una sorta di “bastone da rabdomante” capace di intercettare con sensibilità storie, volti e tematiche che meritano di essere raccontati. Le sue interviste si concretizzano in testi e video straordinari — così dicono di lei — capaci di emozionare e far riflettere.

📸 Graziano, con decenni di esperienza nella fotografia professionale — ritratto, reportage, still life, moda — cattura l’anima dei personaggi e dei contesti con immagini evocative, poetiche e potenti. Ogni scatto è il riflesso della passione con cui interpreta il mondo.

Insieme, formano un duo vibrante e complementare, sempre alla ricerca di storie che sappiano dare emozioni.

Graziano Villa e Francesca Fabbri Fellini – ©GrazianoVilla – Timbavati National Park – Southafrica